MAIOLICA HUTTON
Giugno 26, 2008
C’E’ ANCORA QUALCOSA DI … ALTERNATIVE
Giugno 26, 2008
di Helena Velena
Ogni volta che conosco una persona nuova, mettiamo una ragazza, che di li’ a poco mi rende edotta dell’esistenza del suo “ragazzo/fidanzato/compagno”, mi diverto a guardarla seria seria e poi a dirle cose del tipo “ma come mai una scelta cosi’ elitaria e minoritaria? Ma non e’ un po’ pesante essere etero, di questi tempi?”. Idem per i maschietti, che al contrario delle ragazze difficilmente sorridono e rimangono invece seri seri.
Fatto e’ che, a parte la provocazione, sembra che si sia ormai diffusa la convinzione che la cultura frocia e’ parte integrante della cultura “alta”, e che essere gay ormai non significa piu’ nulla e non comporta piu’ nessun problema.
Peccato che non sia affatto vero.
In questa societa’ occidentale fintamente non a caste infatti, i drammi non ancora palesi aprono ferite trasversali che attraverano tutti i livelli dell’esistente esponendoli a letali spruzzate di pioggia acida.
Cosi’ come l’apertura di centri commerciali & MegaMercati al posto dei negozietti a conduzione familiare accentra il reddito nelle mani dei ricchi sempre piu’ ricchi a sfavore dei poveri sempre piu’ poveri, cosi’ succede nella realta’ a macchia di leopardo dell’esistenza frocia.
Certo, un notevole display di elegante checcaggine colta (leggasi gay chic) e’ un must assoluto nei salottini dell’ex jet set (ormai imbarbarito, ma sempre ben abile a distinguersi, farsi distinguere, non diluirsi nel resto della massa greve), l’assenza del quale risulterebbe di vero cattivo gusto.
Pero’ essere froci, checche, lesbiche femmes, genderfuck o transgedender, nelle Centocelle dell’Italia tutta, anche se si frequenta i centri sociali, comincia ad essere sempre piu’ un problema.
D’altro canto, se la tendenza “giovanile” imperante dei requisiti per l’appartenza al mondo dei “giusti” e’ di essere supermaschi binari super-rapati (non ARrapati, nota bene), integral Nike o alternativamente integral Adidas (anche se adesso si sta incominciando a diffondere un “inner circle” superintegralista di “rapate integrali, jeans blue e t-shirt bianca con microsponsor (ne con la Nike ne con la Adidas, per una “terza posizione”, e chi puo’ capire capisca)”), che fare se si e’ “altro”?
Ci si rapa comunque! Mica e’ tanto frocio andare in giro coi boccoloni biondi (magari la mamma del tuo maschio ti dara’ del “culatone”, ma giusto quella).
Quindi, dato che il look macho e’ stato (giustamente, ma qui le chiavi interpretative si rovoltano tra di loro peggio di un balletto di schiaccianoci) sempre elemento essenziale della cultura gaya, ben venga questa casuale normazione, non voluta ma certamente neppure “non-gradita”.
Fortuna che ogni tanto c’e’ chi rimescola le carte, e confondendo le acque rende chiaro e palese ancora una volta da che parte sta e cos’e’ la cultura frocia..
Stefano Casagrande, che io preferisco di gran lunga chiamare “La Cesarina”, un meraviglioso macho rapato DOC da tempi non sospetti, organizza da anni Miss Italia Alternative, anche se, a causa della “paura della concorrenza!….”, intimata dai “baronetti dell’italglietta salsomaggiorese” a ribattezzarsi Italian Miss Alternative.
Quindi mentre altre importanti realta’ del panorama gaylesbico italiano preferiscono ri-cimentarsi con la concorrenza (benriuscitissima, senza dubbio) alla “Donna sotto le stelle” di Canale5esca fama, il Cassero di Bologna, sede arcigay ben poco in “giacca&cravatta”, scheccheggia alla grande, ma col mitra in mano (tranquill*, spara “confetti” alla liquirizia).
Questa Miss Alternative e’, in ultima sostanza, un “gran ballo”, senza citare Copi, delle Drag Queens.
Niente di originale forse?
Al contrario. Ossigeno puro sparato nei nostri cervelli deviati che al gioco dell’essere componente tranquilla & rispettosa della societa’ dei Consumi non ci stanno perche’ amano altri giochi.
Meno formali e piu’ succulenti.
Okok, dicamola tutta chiara: lo sappiamo, sembra che oggigiorno essere stilista equivalga in totale sovrapposizione perfettista ad essere gay.
Pero’ poi che ci si fa di tutta questa alta moda? Di tutto questo amore per “la donna” idealizzata, santificata ed altarizzata come neppure Alighieri & Petrarca nella loro overdose ormonale etero seppero fare?
Ed ancora, con tutta sincerita’ chi li indossa questi meravigliosi abitini taglia 40, massimo 42, pur se con stoffe pregiate dai delicati riflessi che richiamano i giochi di luce dell’alternanza delle stagioni? Neppure la nostra sorellina etero. Porta la 44, e poi non avrebbe (o, somma ma drammatica banalita’) mai i dindini per comprarli.
Allora?
Allora ecco che la magica creativita’ frocia da strada non solo salva il salvabile ma soddisfa le nostre papille gustative.
Si perche’ l’Italian Miss Alternative “taglia e cuce” Miss Italia con una sfilata di stilisti iperallternativi che, “immettibile per immettibile” almeno si divertono giocando con l”l’inammettibile”.
Quindi la bellezza delle modelle (tutte rigorosamente “giovanotti”, anche se dal prossimo anno si apre pure alle donzelle, purche’ “alternative”) qui non sta nell’equilibrio delle forme e nel dosaggio armonioso dei tratti, che alla fine suona tanto da mediocrita’ generica da televisione generalista.
Qui si lavora decisamente sull’eccesso, sull’orrore, sulla sorpresa totale, sul dissacratorio. Un eccesso che a volte e’ anche vestirsi, come quest’anno, perche’ no, da tazza del cesso, con tanto di cappellino a catenella e spazzolone infilato nella giarrettiera.
E la creativita’ frocia, gaya e divertente, che spadroneggia irriverente.
A partiredai nomi delle modelle, a continuare il felice trend “fashion-sanitario”:
Da Belinda Valium, Vanity Polase, Fiona Prozac ed il gioellino Daphne Fluimucil fino alla novella Tangura Sinflex. Nomi che, guarda caso flirtano pericolosamente con la scena punk-metal, dai Prozac+ alla Val-Ium dei Pist On (a proposito di nomi), bassista genetica ma dal look piu’ Drag Queen delle nostre stesse miss.
Si ma poi chi c’era che ha visto (anche via satellite, tramite Satisfaction TV, gia’ ospitante Homorama, programma di dis-cultura gaylesbotrans/gender, con anche Helena Velena)?
Letteralmente, come e’ giusto che sia, di tutto. Dall’apertura con Miss Frana (di cui ben capiamo l’origine del nome), orgogliosa della sua “bruttezza maschia”, sportante una pelosita’ gambale in eccesso che, scusate la ripetizione, non puo’ essere definita null’altro che appunto orgogliosa, fino alla miss “Absolutely Gay”, in-scudata in plastica trasparente ed ancora orgoglio gay in termini economico-politici, quando la merce-ideologia viene deturnata su se stessa. E se una Miss Sissi si stampa nel nostro immaginario, veleggiando per la passerella con pelle dorata, alucce e pattini a rotelle, di un terremoto come Mercalla Ritcher o una Melona d’Orsay perdiamo le coordinate nome-immagine, per rimanere comunque affascinat* dalla rigidita’ cyborg postumana del look “storto” alla Marylin Manson (di lei, non MM citazione sulla bellezza come diversita’ e sperimentazione) con strutture pericolose ed acuminate di scrap metal appese ad un corpo sclerotizzatamente affascinante che traballa su se stesso incedendo drammaticamente sui suoni stirdenti di un remix postnucleare di Bjork. Ma a parte questo gioiello totale di sperimentazion e oltre, c’e’ n’e’ per ogni eccesso di cattivo gusto, dall’overdose di peperoncino “ovunque” ai vestiti svestenti con pioggia di paillettes sul pubblico, al duplicato fintotwin “veromagro” (e funziona pure!!!) di Miss Dolly & Miss Parton, la cui apoteosi della causalita’ sta nell’orgasmico stop&go della base musicale che non parte ma che produce l’effetto di un continuato coitus interruptus. Favolose, nella volonta’ del fato!
Per non parlare della vincitrice assoluta (Molluska? Cilli Setter? Zavorra Weight? ha importanza? Tanto chi vince vince soltanto di essere “fuori’” dalla prossima edizione, quindi…), travestita da Piazza San Pietro con tanto del Signor Wojtyla benedicente… Un perfetto gioiello dall’avantgusto dissacrante, perfettamente in tema coll’agonizzare drammatico dei tempi, ad individuare il vero nemico.
Ah, poi vorrete sapere della superospite, Amanda Lear. La piu’ celebre falsa transessuale della storia. Corpo oltre il perfetto, in superinvidiabilita’ totale, con gambe da capogiro pur se inguainate in un collant contenitivo….
Amata e idealizzata da tutti/e/u, frocie & trans. Quindi se Helena ne parla male e’ perche’ ‘ gelosa, vero? Ok, a parte la megatrovata promozionale sulla sua supposta transessualita’ in cui ancora oggi molte vorrebbero credere (ma perche’ non ci scegliamo i nostri modelli tra quelle “vere” & non genetiche, magari, e non tra quelle “vere finte donne”?) anche l’impegno politico raffazzonato di ripiego non funziona. L’ambiente e’ frocio, certo, ma il contesto e’ “militante”. E quindi la nostra abbozza un discorsino sulla necessita’ dell’uso dei preservativi (scontatissimamente “corretta”, non c’e’ che dire), salvo poi chiudere con un “io ne ho le tasche piene” che ha invece ben altra interpretazione (e non solo perche’ indossa un favoloso abitino trasparente di tulle & pizzo ovviamente senza tasche) e lascia trasparire una certa stizzita ritrosia verso “il dovere” a cui si e’ trovata a “dover” sottostare. E non e’ un caso che, in chiusura, in grandisoa bellezza, della manifestazione, con tutto il meraviglioso, variopinto ed oltraggioso serraglio frocio sul palco, a cantare “l’internazionale” col pugno alzato, la fascinosa Amanda si defili rapidamente. Finir su Novella 3000 tacciata di comunismo, proprio ora che il vento comincia trendescamente, negli ambientini “chic” a soffiare in ben altra direzione (non solo a Bologna) non e’ proprio il caso, vero?
Beh, la nostra bellissima patteggiante con Faust si e’ poi ravveduta il giorno dopo, inondando la segreteria telefonica del Cassero di belle parole di ammirazione. Ma sara’/servira’ davvero per una prossima volta?
Se qualcosa serve ed e’ servito e’ pero’ ben 4500 paganti a dare un contributo alle associazioni di lotta/informazione contro l’AIDS (e permetter di comprare ferro da stiro, aghi chiodi e sparapunti alla Maison De Cassero) , &, oltre a L’internazionale a commovente squarciagla nella Bologna in cui ora “guazza l’oca”, la presenza della prima e unica ufficiale “Miss Italia Alternative”, pre interdizione e ancora senza nome, una matrona vestita da Bandiera Rossa, con una splendida falce & martello di strass dorati, a sfilare nuovamente con la musica “adeguata”.
A gridare e sberleffare in faccia a tutte/i/u che essere froci/queer/transgender/genderfuck e’ tuttora, oltre che alternativo, ribelle e non conforme. E che, in barba e baffi alle false teorie sull’integrazione perbenista, e’ pure ancora davvero di “sinistra”, anarchici o comunisti (e/a/u) che si sia.
Helena Velena
frocia, anarchica & transgender
[articolo pubblicato sulla rivista Flesh Out, nel 1997]
FVLN aka Favolina
Giugno 26, 2008
Belinda – X – Press
Giugno 18, 2008
La mia prima volta
Maggio 20, 2008
di LaTavia Tovarich
Primo Passo: «Mi chiamo LaTavia Tovarich, e sono una modella».
Quando vidi per la prima volta Miss Alternative non sapevo di avere una dipendenza. Ero in piedi, alla fine della passerella, con una macchina fotografica in mano e un blocchetto degli appunti per redigere una recensione sulla manifestazione. Lungi dalla mia giovane mente l’idea che un giorno avrei calcato quella passerella.
No, non io, non a me -ripetevo col gusto di un mantra- non succederà mai a me.
Questo prima che partecipassi a molte edizioni, conquistassi un terzo posto e la nomenclatura di “storica”.
Il mio primo catwalk mi vide solo coperta da tre strisce di tessuto nero, come una pruriginosa censura di un porno provinciale e valse la cancellazione dall’albo professionale del mio analista.
Se è vero che “cinque minuti di passerella valgono una vita dallo strizzacervelli” è altrettanto vero che esistono delle regole, dei passi, percorsi inusitati, ma soprattutto un “metodo”.
L’anonimato parrebbe, di primo acchito, una scusa per nascondersi, ma in questo tipo di manifestazione il tuo nome da modella rischia di essere più conosciuto di quello reale. Sfido chiunque a elencare i reali nomi di Miss Frana, MuccaPazza, Melona Dorsay, o quello di Maiolica Hutton.
Il metodo dei “Dodici Passi” dell’Anonimous Miss Alternative, ricalcano appieno quello di altre associazioni di chi è affetto da dipendenze, i nostri sono i seguenti:
1- Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte ai tacchi, alle griffe e al macramé, e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2- Siamo giunte a credere che un potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione. Ma non in questa vita o in questo universo.
3- Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alle cure di Dior, Yves Saint Laurant, Balenciaga, Chanel, Gucci e come solo loro possono concepirci.
4- Abbiamo fatto un inventario morale e profondo senza paura di noi stesse. Poi l’abbiamo stracciato e siamo uscite a fare shopping.
5- Abbiamo ammesso a noi stesse e a un altro essere umano la nostra esatta natura: decisamente favolosa.
6- Siamo completamente pronte ad accettare che la Moda elimini i nostri difetti di carattere o li accentui, a seconda della richiesta dello showbiz.
7- Abbiamo chiesto con umiltà i nostri gioielli.
8- Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone che non conoscevano la nostra vera natura e ci siamo presentate da loro agghindate come il peggior incubo di Miuccia Prada.
9- Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone per l’accostamento sbagliato della borsetta con le scarpe.
10-Abbiamo continuato a fare il nostro inventario morale e personale… ma ci serviva un filtrino per la canna.
11-Abbiamo cercato – inutilmente – attraverso la meditazione, la preghiera, la supplica, che il nostro nome di modella non uscisse dalla bocca dell’amica proprio quando eravamo impegnate in un corteggiamento con un uomo sconosciuto.
12-Avendo ottenuto solo un peggioramento del risultato di questi Passi, abbiamo deciso di farcene una ragione e gettarci nel proselitismo.
Nel mio piccolo cerco nel quotidiano di seguire le indicazioni datemi, sorridendo compassionevolmente al commercialista a cui ho appena dato del femminile, o al mio macellaio di fiducia ancora confuso del mio formulare la richiesta: «Amica, mi daresti tre etti di scottona?».
Nostra Signora Inès (circus)
Maggio 20, 2008
VANITY POLASE
Maggio 2, 2008
ERA SOLO UN CAVOLO
Marzo 28, 2008
Gentile sig. Sergio Cofferati,
in qualità di primo cittadino di questo rossastro agglomerato urbano, ci si aspettava da lei un gesto di benvenuto, un segnale di presenza, una stretta di mano o qualsiasi altra iniziativa volta a mostrar amicizia e senso di responsabilità politica. Si era tutti e tutte nello stesso palazzo l’altro giorno, mi stava venendo da dire sulla stessa barca. Tra funerali e conferenze stampa, immagino che i suoi impegni siano stati molti. Eppure credo che un po’ tutte le persone affacciatesi alla presentazione del Pride nazionale che si terrà a Bologna il 28 giugno 2008, si aspettavano un accenno da parte sua. E invece il silenzio. L’assenza. Non solo, ma nel tardo pomeriggio, dopo che tutte le agenzie avevano riassunto in più lanci i contenuti di questo importante evento, il suo staff ha tenuto a precisare che mai si era parlato o concordato l’utilizzo di piazza Maggiore per quella data. D’altronde un acuto osservatore del suo staff fa notare che è già in programma una proiezione cinematografica.
La cosa che mi impressiona di più in questa sciocca vicenda è che da quella conferenza stampa gli organizzatori del Pride stavano dicendo che nonostante la disponibilità di piazza Maggiore avrebbero preferito piazza VIII agosto per motivi di miglior riuscita logistica della manifestazione. Che bisogno c’era di una precisazione tanto fuori luogo quanto di cattivo gusto!?
Siamo sicuri che questa città ha bisogno di un vigile che ci ricordi quale film è in programma in una piazza piuttosto che dare il benvenuto a 30.000 persone che rivendicano sacrosanti diritti civili?
Sicuramente abbiamo smesso di sognare tutti una Bologna governata da un sindaco di sinistra. Un sogno che pareva incarnarsi nella sua figura quando apparve all’orizzonte.
Durante la campagna elettorale che ha avuto come risultato l’assegnazione della poltrona di sindaco alla sua persona, ricordo con assoluta chiarezza il grado di apertura mostrato alla comunità gay: parlò di programmi scritti insieme, di richieste e proposte ragionevoli che sarebbero state ovviamente soddisfatte e parlò infine anche del valore che questa comunità aggiunge a questa città.
L’anno seguente mi presentai da lei a chiedere proprio piazza Maggiore per svolgervi una ormai celebre manifestazione di beneficenza, The Italian Miss Alternative; mi fu risposto “siete inopportuni per l’elettorato cattolico”, che diventò sulla stampa, in tutta fretta, un più mite e caricaturale “c’era già in programma la proiezione cinematografica”.
Ricordo con nostalgia quella polemica, che addirittura arrivò a far circolare la voce che una delle modelle avrebbe inscenato una decapitazione del sindaco. La cosa suscitò una morbosa curiosità da parte della stampa (e qui proverei a chiedermi anche perché), e invece la modella non fece cadere la sua testa, ma un semplice cavolo. Col senno e le conferme di poi non posso che elogiare la lungimiranza di quella modella.
Se prova a darsi uno sguardo intorno e verificare a quali principi e a quali manuali di bon ton si ispirano i suoi più cosmopoliti colleghi (sindaco di Parigi, sindaco di New York, sindaco di Berlino, etc) sicuramente proverà l’irrefrenabile istinto di lasciare dietro di sé un ricordo collettivo più gaio. La nostra passerella ha fatto miracoli, e sarebbe per lei un’ottima occasione di riscatto. Se crede di non farcela da solo, ci dica che numero di scarpe calza e al resto penseremo noi.
Con rispetto e legalità,
Agònia
IL DELIRIO DELLA SOLIDARIETA’
Maggio 29, 2007
di Antonio Soccio
Ho visto tutte e nove le edizioni di Miss Alternative. Erano gli anni novanta quando è iniziato, le modelle al tempo erano delle vere star, un po’ come adesso nel duemila lo sono i dj. Ho conosciuto la maggior parte dei partecipanti e quasi tutti li chiamo con il loro nome da modella. Non ho idea di come si chiamino veramente Gioiosa Ionic o Vanity Polase eppure ci parlo sempre.
Ero pieno di ammirazione per Stefano Casagrande che presentava l’evento, l’organizzava e scriveva dei testi bellissimi e il tutto lo faceva da vera rockstar, l’unica rockstar veramente frocia che abbia mai visto esibirsi su un palcoscenico. Lo scopo è sempre stato quello della solidarietà, si raccolgono fondi per le associazioni bolognesi che si occupano di HIV/AIDS attraverso l’informazione, la prevenzione e l’assistenza. Ma l’altro scopo è anche quello di offrire due minuti su una passerella che valgono sei anni di psicoanalisi. In nessun altro posto, infatti, si può catturare l’attenzione di tanta gente nello stesso momento per mostrargli la natura della propria lotta contro se stesse. Da allora, ogni anno Bologna è stata scossa da questo evento.
Impossibile per chiunque capire completamente il delirio vero che c’è dietro, perché di delirio si tratta. Chi ha visto lo spettacolo è rimasto turbato dai gravi squilibri mentali delle modelle, e soddisfatto nello stesso tempo di vedere che ce n’è sempre una peggiore. Questo è già un buon motivo per volerne ancora. Le modelle non sono delle drag queen, l’imperativo per loro, oltre al divieto assoluto di portare sul palco gli animali, è quello di sfilare su un paio di tacchi e confondere le idee, turbare il più possibile gli animi, sfuggire da ogni definizione, spaventare, non rassicurare mai, tirare fuori il mostro che si ha dentro e, in questo modo, dimostrare che un corso di liberazione sessuale è fatto di quante meno lezioni possibili perché prima ci si libera e prima ci si gode la vita, come dice la profetessa del transgender Helena Velena. Esiste la solidarietà se esistono spettacoli come questo, nessun altro evento al mondo è così tollerante di tanta incapacità di vivere.

Questo spettacolo ha intrecciato delle connessioni miracolose, più volte al Cassero qualcuno ha gridato di chiamare i giornali e le televisioni perché chi non sapeva camminare stava facendo le scale con un paio di tacchi. Quello che conta è voler esserci davvero e se poi una di loro ti dice di essere la più grande artista a cavallo tra due secoli tu le dici brava e dal palco qualcuno la chiama amica, anche se sa di non averne mai avute di amiche in vita sua, ma la solidarietà, invece, la conosce benissimo.
Il momento della proclamazione della vincitrice conta soltanto per le modelle, nessuno tranne loro presta attenzione a questo lato della faccenda anche se poi quando le incontri devi far finta che il loro viaggio è stato condiviso e capito, e anche questa è solidarietà e non te ne puoi sottrarre. Dopo la prima edizione, dove c’era un po’ di tutto, si è cercato di selezionare i partecipanti offrendo loro una ispirazione comune, se quest’anno è favola, nelle scorse edizioni ci sono stati il mondo dell’arte, le sante, il circo e l’atelier, e questi dignitosissimi sforzi hanno avuto sempre un solo risultato, l’umiliazione.
Questo palcoscenico ha avuto anche degli ospiti celebri, Amanda Lear e Jean Paul Gaultier tra gli altri, che mai sono riusciti a rubare la scena a loro, le modelle, un branco incontrollabile di autoreferenzialità. Sono stati dieci anni intensi per Bologna ed estenuanti per molte ferramenta che hanno dovuto soddisfare le richieste più estreme per confezionare gli abiti improbabili della sfilata. Per la terza volta lo spettacolo è organizzato da Paolo Perrelli e Bruno Pompa che hanno accettato l’incubo di avere a che fare con le modelle per poi pentirsene ogni volta.
…QUEL CORRIDOIO
Maggio 29, 2007
di Bruno Pompa
Correva l’anno 1994. Estate. In un fresco appartamento di via San Felice a Bologna si consumava uno dei soliti deliri collettivi tra amiche che sognano e scimmiottano i modi e la mode che girano intorno al mondo delle Top Model. Il lungo corridoio che collegava il soggiorno con il salone diventò per qualche ora il palcoscenico di una pantomima divertentissima che consisteva in una specie di gara ad interpretare la modella preferita utilizzando i ciaffi contenuti nei vari armadi o nella “stanza schifo”. Era la casa di Stefano Casagrande. Per tutto lo staff Cassero, e per molti altri, quella era “la casa”: il luogo delle cene, delle riunioni, delle festività, dei brainstorming, degli amori, delle ospitalità, dei litigi, delle trame e soprattutto degli affetti, quelli inossidabili. Ed è stato proprio in quel momento che il pavimento di quel corridoio fu trasformato in una passerella all’aperto, dapprima in un’esibizione sulla terrazza del Cassero di Porta Saragozza con “Le Unioni Civili non ci coglieranno di sorpresa – sfilata di abiti da cerimonia” e subito dopo all’interno del grande contenitore bolognese estivo MadeInBo con la prima edizione di The Italian Miss Alternative. Due spettacoli realizzati in pochissimo tempo e a distanza di pochi giorni. Un’energia e un entusiasmo che poche volte hanno trovato pari nell’organizzazione di eventi prodotti dal Cassero. Fu l’inizio di un’avventura che ha saputo evolversi e coinvolgere un pubblico sempre più numeroso e tantissimi ospiti che hanno intravisto in quell’evento la genuinità di un’impresa messa in piedi per una nobilissima causa: raccogliere fondi per associazioni locali che si occupano di lotta all’AIDS.
Un gruppo di omosessuali scatenati che, oltre alla kermesse estiva, ha saputo contaminare con sfilate tematiche diversi luoghi aggregativi bolognesi, mostrando con disinvoltura come è possibile fare politica con tacchi e parrucca, utilizzando l’irriverenza come arma contro bigotti e benpensanti, e il sarcasmo contro le assopite intelligenze di sinistra.
Con i nostri slogan, con i nostri costumi e con i nostri temi abbiamo sempre cercato di tener alto il morale ad una città che sempre più spesso sceglie la rimozione e la delega di fronte a scomode identità.
Rimboccarsi le maniche e portare avanti questa manifestazione di successo è stato un obiettivo per tutti noi dopo la scomparsa di Stefano. Cambiano i tempi, le modelle, le mode, i pubblici, ma The Italian Miss Alternative ogni anno a Bologna resta un appuntamento fisso con la solidarietà e il delirio. Uno dei fiori all’occhiello della comunità glbt. Quest’anno lo spettacolo verrà inserito all’interno dei festeggiamenti per i 25 anni del Cassero.





